ISO 14001 e hosting/cloud nel DNSH: la scorciatoia della Guida MEF regge davanti ai criteri UE?

Chi fornisce servizi di hosting o cloud a un ente pubblico finanziato con i fondi del PNRR si trova quasi sempre davanti alla stessa richiesta: dimostrare il rispetto del principio DNSH (Do No Significant Harm, cioè «non arrecare un danno significativo all’ambiente»). È un obbligo previsto dal regolamento europeo sul dispositivo per la ripresa e la resilienza: ogni misura finanziata deve evitare danni significativi ai sei obiettivi ambientali della Tassonomia europea, ovvero mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, acque, economia circolare, inquinamento e biodiversità.

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DNSH e servizi cloud: conformità, audit e lacune normative

Quando si acquistano servizi cloud nell’ambito del PNRR, deve essere verificato che il fornitore rispetti il principio DNSH (“Do No Significant Harm” — non arrecare danno significativo all’ambiente). Per i data centre e i servizi cloud questo significa dimostrare che il fornitore gestisce il proprio data centre in modo efficiente dal punto di vista energetico.

Fin qui sembra semplice. Il problema è che il percorso per dimostrarlo formalmente è costruito su una norma europea che richiede qualcosa che il mercato non è ancora in grado di fornire in modo giuridicamente strutturato. Questa mini guida prova a spiegare il quadro normativo, le sue lacune, e le risposte disponibili a seconda del contesto.

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DNSH e REACH

In diverse schede tecniche presenti nella Guida Operativa per l’applicazione del DNSH negli interventi del PNRR si fa riferimento alla richiesta che “per i materiali in ingresso non potranno essere utilizzati componenti, prodotti e materiali conten enti sostanze pericolose di cui al “Authorization List” presente nel regolamento REACH”. Ma cosa vuol dire, in pratica, questa richiesta?

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